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    L'università italiana ora e nel tempo

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    Negli ultimi venti anni, ed a maggior ragione negli ultimi giorni in cui si sta compiendo un processo di transizione iniziato proprio nel ’91-‘93, il dibattito economico e politico italiano è stato monopolizzato dalla questione dei “tagli alla spesa” e dalla riduzione dell’intervento statale, assunto indiscutibile di ogni sistema neoliberista. Questioni che in genere sono state brutalmente risolte – in particolare dai governi Berlusconi – con tagli “orizzontali” a tutte le voci di spesa, che hanno mirato ad un puro e semplice “fare cassa”, necessario nell’immediato e disinteressato nelle conseguenze. Ma, viste le inefficienze e gli squilibri che questi tagli hanno provocato, alcuni attori economici, da Confindustria a Montezemolo, si sono incominciati ad arrovellare su come conciliare i tagli alla spesa, che comunque restano un must, con gli investimenti minimi necessari alla crescita. Questo dibattito ha avuto ovviamente le sue ripercussioni anche all’Università: premesso che “si devono” diminuire i soldi dati agli atenei, come fare dei tagli che incidano sugli “sprechi”, sulle “voci inutili”, e non impediscano comunque, se non di rilanciare nella ricerca, almeno di mandare avanti alla baracca?

    Da questo punto di vista, il nostro documento rappresenta un piccolo contributo per provare a capire in che direzione la borghesia italiana più “illuminata” (dal punto di vista del capitale) vorrebbe che andasse l’università italiana, e soprattutto quali sono i motivi che inducono ad apportare tali trasformazioni al sistema formativo e a quali esigenze rispondono.

    Ben consapevoli del fatto che l’università non rappresenta un’istituzione a sé stante, ma che rientra appieno in un sistema economico più generale, risulta chiaro che questa deve rispondere alle domande che il mercato le “pone”. In quest’ottica vanno visti gli ultimi cambiamenti anche nel mondo del lavoro: il Piano “Marchionne” come l’ultima manovra economica elaborata da Tremonti, frutto di dinamiche che si muovono a livello europeo. È proprio questo, il piano europeo, il contesto in cui inquadrare tutti i cambiamenti che stanno coinvolgendo il sistema formativo e il mondo del lavoro italiani.

    A differenza degli altri paesi europei, l'Italia, oltre a conoscere una crescita economica molto più lenta, si trova anche a dover fronteggiare una serie di attacchi speculativi che stanno mettendo in ginocchio la sua economia. Bisogna considerare, inoltre, che in Italia non è per niente produttivo destinare fondi all'Università (a differenza ad esempio di Francia e Germania) dato lo scarso ruolo che questa riveste all'interno del ciclo produttivo, a causa anche del forte corporativismo che la caratterizza. Di fronte a questo quadro risulta molto difficile conciliare tagli ed investimenti in quel settore, che per l'appunto è il primo ad essere tagliato quando c'è l'esigenza di razionalizzare la spesa pubblica.
    Seppur le condizioni oggettive attuali probabilmente costringano a mettere in stand-by i progetti per l’università, scontrandosi con un’esigenza più a breve termine, che è quella di fare semplicemente cassa, ci pare comunque utile sviscerare quale fosse appunto quel progetto, perché a prescindere dall’urgenza e le necessità del momento, esso è comunque indicativo di una linea politica di massima a cui si tende.

    Abbiamo scelto di analizzare alcuni dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione, in particolare l’Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario (gennaio 2011), un rapporto annuale elaborato dal Cnvsu  sullo “stato di salute” dell’università, il quale non si esime dal dare qua e là qualche indicazione da seguire per potersi meglio adeguare al nuovo sistema produttivo voluto da una parte della borghesia italiana, vogliosa e protesa ad una migliore integrazione nel mercato e nella politica europei.
    Partendo da alcuni semplici dati, rapportati in alcuni casi al trend generale europeo, risulta, da un lato, un quadro di un’università ancora caratterizzata da alcuni retaggi da estirpare, frutto in alcuni casi di conquiste fatte decenni fa sotto la spinta di lotte sociali, ormai in via di smantellamento, in altri casi frutto invece delle resistenze di un baronato ancora troppo legato ad interessi corporativi e di categoria. Dall’altro lato è abbastanza esplicito il tentativo di invertire alcune tendenze e di accentuarne altre.
    Cercando di non annoiare troppo con dati e statistiche, cercheremo di rendere il più possibile esplicito il significato politico che deriva da questi numeri

     
    Selezione all’accesso

    Abbiamo deciso di partire dall’inizio, ossia dall’accesso all’università.
    Dal 2001 al 2009 le entrate contributive delle università (provenienti dalle tasse degli studenti) sono aumentate del 60%; nello stesso tempo si verifica un decremento dei finanziamenti del MIUR (quasi del 15%). Parallelamente, in particolare negli ultimi anni, si registra una progressiva diminuzione della percentuale di persone che si iscrivono all’università (calcolata sia sui diplomati che sui 19enni).
    Ancora più interessante e indicativo è analizzare il dato su base regionale, rapportato ai rispettivi tassi di disoccupazione giovanile. Un caso particolare è rappresentato dal rapporto tra due aree geografiche, il nord-est e quella che comprende sud e isole. Ne risulta che al sud, dove la disoccupazione giovanile è maggiore (33,6%), si registrano anche percentuali più alte di immatricolati, mentre all’opposto, nel nord-est ad un tasso di disoccupazione giovanile molto più basso (10,7%), la percentuale di immatricolati diminuisce. Da questo dato particolare possiamo trarre una considerazione: dove la situazione è economicamente più disagiata il proseguimento degli studi all’università rappresenta una delle poche alternative alla disoccupazione.
    I dati sulla mobilità regionale confermano le differenze tra università del nord e del sud: le regioni con maggiori entrate e minori uscite dalla regione sono situate tutte al centro-nord, mentre quelle meno “attrattive” per studenti provenienti da fuori regione e caratterizzate da più uscite sono tutte al sud, con casi limite come la Campania, la Calabria e la Puglia.

    Selezione durante il percorso

    Passando invece allo stato di cose che ci si trova ad affrontare una volta entrati all’università, qualsiasi aspetto della vita universitaria sembra dominato dal criterio di una presunta “meritocrazia” ; come si legge nello stesso Rapporto, determinati servizi (borse di studio, alloggi, mense ecc.) sono riservati ad una parte degli studenti, nonostante sia l’intera popolazione studentesca a contribuire economicamente alla formazione di uno dei fondi destinati a quegli stessi servizi.
    Nel 2010 i fondi impiegati per le borse di studio sono stati del 60% in meno rispetto al 2009. Il dato complessivo relativo alla percentuale di studenti che vedono riconosciuti il diritto alla borsa di studio in Italia è dell’81,8%, valore che non è molto indicativo delle singole situazioni a livello regionale. Al nord infatti la copertura tocca la percentuale del 100%, mentre al sud vediamo situazioni molto diverse, con percentuali bassissime (Molise 42,8%, Calabria 54,7%, Puglia 56,3%, Campania e Sicilia 59,1%). Per quanto riguarda il servizio alloggi, solo il 22% degli aventi diritto alla borsa di studio ha ottenuto un posto alloggio nell’anno accademico 2008/09. Passando alle mense, l’85,3% del servizio è a gestione indiretta. Significa che le mense gestite dalle università sono ormai una caratteristica residuale, e sappiamo bene che il servizio esternalizzato comporta una serie di conseguenze: tagli al personale delle ormai ex-mense pubbliche, peggioramento del servizio, diminuzione dei luoghi di socializzazione per gli studenti. Emerge dallo stesso Rapporto che “le mense a diretta gestione degli Enti per il diritto allo studio sono mediamente di dimensione doppia rispetto a quelle date in gestione”.
    L’esonero (totale o parziale) dalle tasse di iscrizione e contributi universitari è concesso ai “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”, a cui vengono affiancati i portatori di handicap con oltre il 60% di invalidità.
    Il sistema del 3+2 di certo non aiuta, contribuendo a rendere il percorso di studi ulteriormente pieno di ostacoli da superare: già in molte facoltà sono previsti sbarramenti per chi, una volta ottenuta la laurea triennale, voglia iscriversi ad una laurea specialistica. Ma non basta. Nel Rapporto che, ricordiamo, è redatto da un Comitato diretta emanazione del Ministero dell’Istruzione, si è abbastanza chiari su questo punto: “anche l’ammissione dei laureati di primo livello alle lauree specialistiche dovrebbe essere ‘controllata’ in relazione alle potenzialità di riuscita degli studenti stessi”. Significa che gli attuali sistemi di sbarramento non bastano, e che ne servono di nuovi in modo da fare una ulteriore “scrematura” di chi prosegue la carriera accademica.
    Le percentuali di studenti regolari (cioè iscritti in corso) sono anch’esse indicative della difficile situazione per lo studente medio italiano: gli studenti fuori corso sono ben il 40,1% degli iscritti; gli studenti regolari sono in diminuzione. Due sono le conclusioni che possiamo trarne: o Padoa-Schioppa aveva ragione quando parlava di “bamboccioni”, oppure queste percentuali non sono altro che il risultato di una situazione oggettiva di selezione e sbarramento, e di conseguenza una larga fetta di studenti che si iscrivono all’università non riesce a rispettare i tempi dettati dai propri piani di studi. Infine è utile riportare il dato che il 31% degli iscritti ad una laurea di primo livello non conclude i suoi studi.

    Il piano europeo

    Considerando un piano meramente economico, quella italiana risulta essere una situazione diversa rispetto a quella degli altri Stati membri dell’UE. In Italia la quota della spesa pubblica per l’istruzione universitaria sulla spesa pubblica totale è pari all'1,6% a fronte del 3,2% della media europea. È stato anche stimato che solo l’85% dei corsi in Italia è strutturato secondo il modello di Bologna.
    Le università italiane sono le prime in Europa e quarte nel mondo per accessibilità, mentre sono solo ventisettesime in quanto a qualità.
    I segnali sono tutti volti a farci immaginare un’inversione di tendenza di queste due caratteristiche: da un lato si vuole diminuire l’accessibilità all’istruzione universitaria; dall’altro si vorrebbe la suddivisione del sistema universitario tra pochi “poli di eccellenza”, dove eventualmente formare la futura classe dirigente, e una larga fascia formata da università più accessibili ma qualitativamente molto peggiori, che sforneranno lavoratori dequalificati e quindi più facilmente “malleabili” alle richieste mutevoli e incostanti del mercato. D’altro canto una massa troppo numerosa di laureati, le cui aspettative si scontrano con una realtà molto diversa da quella prospettata con la storiella della scalata sociale possibile attraverso gli studi, potrebbe comunque essere più remissiva all’adeguamento ad un lavoro che c’entra poco o niente con le proprie competenze.
    La creazione dei “poli di eccellenza” rientra nel discorso del raggiungimento di alti standard di qualità e quindi di produzione in grado di rendere quello italiano un sistema competitivo sia a livello europeo che, inserito all’interno di un’istituzione più ampia – l’Unione Europea –, a livello mondiale, nell'ottica della competizione con il polo statunitense.

    Si scrive meritocrazia, si legge selezione!

    Questa posizione l’abbiamo già argomentata in relazione ai singoli dati riportati nel documento, quindi non ci dilungheremo, anche perché non ci voleva certo il Rapporto del Cnvsu per darci un’idea della situazione e della direzione dell’università italiana, ma queste sono desumibili già da quello che vediamo tutti i giorni all’interno delle aule universitarie e lo leggiamo nelle leggi che anno dopo anno “riformano” il sistema universitario italiano.
    Dietro la tanto decantata meritocrazia, si nasconde in realtà un irrigidimento della selezione di classe. Viene data alla parola “diritto” l'accezione di “privilegio”, imbevendo il tutto nell'ideologia del merito. Se è importante smascherare la funzione puramente ideologica che assume questo termine, altrettanto importante è sottolineare che non è da condannare solo il modo strumentale in cui è utilizzato, ma soprattutto il concetto che ne è alla base. Che siano ricchi o poveri, particolarmente brillanti o meno, tutti gli studenti dovrebbero avere le stesse possibilità di accesso al diritto allo studio.
    Alla luce di questi ragionamenti, non basta rivendicare un'università pubblica, perché sappiamo bene che la gestione statale non presuppone necessariamente una effettiva rispondenza alle esigenze sociali.
    Non ci possiamo e non ci dobbiamo accontentare semplicemente di un incremento dei fondi da destinare all'università, né questi devono essere l'unico punto sensibile da colpire, ma è più in generale il progetto di università a cui si tende che è da contestare, proprio perché è inserito in un più ampio sistema economico di sopraffazione e sfruttamento. Da qui la nostra convinzione che non basta lottare solo contro i cambiamenti che interessano il comparto della formazione: questi sono funzionali alla ristrutturazione dell'intero sistema produttivo in senso di maggiore produttività e sfruttamento delle classi subalterne. L'attacco è di portata generale ed esige una risposta su tutto il fronte soprattutto in un momento come questo in cui i provvedimenti previsti dalle manovre “lacrime e sangue” tagliano in tutti i settori e riguardano tutti i servizi e i diritti di cui dovremmo poter usufruire, dalla sanità ai trasporti, dai diritti dei lavoratori alle pensioni. Di fronte a tutto ciò dobbiamo costruire insieme, studenti, lavoratori, disoccupati, un fronte comune per rispondere in maniera forte ed unitaria agli attacchi che provengono dall’alto. Dopo il 14 dicembre dell’anno scorso costruiamo insieme una nuova stagione di mobilitazione per pretendere ciò che è nostro!

    I diritti non si meritano, si conquistano!
    Eat the rich!

    Ultimo aggiornamento ( Giovedì 06 Ottobre 2011 19:23 )  

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